martedì 14 giugno 2011

Viaggio a Scilla (tra Scilla e Cariddi)

  Delle correnti e dei venti dello Stretto di Messina, guardando dall’alto la superficie del mare, se ne può percepire la presenza. È facile osservare questi grandi movimenti naturali, le acque s'increspano, spumano di bianco in quei punti; a prima vista l’occhio s’inganna, è come se sotto la superficie numerosi animali marini ritmicamente prendano respiro. 
Schematizzazione delle correnti nello Stretto di Messina.
  C’è un piccolo borgo che sorge proprio lì, nel tratto di mare di fronte alla Sicilia. È Scilla. Già il nome riecheggia antiche saghe, tra mito e storia. Le sue origini appaiono antichissime come le leggende di quei luoghi. Deriverebbe dal greco antico (Skylla o Skyllaion) con il probabile significato di “scoglio” o “colei che dilania” se immaginato come appellativo della dea del Mare distruttrice (R. Graves, I miti greci, 1963). 
  Gli scogli non mancano in questa zona, a ben notare, sono proprio l’elemento caratteristico della costa rocciosa calabrese. A dominare il paese c’è il Castello Ruffo, sorto sulla roccia più alta e aggettante sulle acque. Si tratta di un rifugio naturale, inaccessibile, baluardo di difesa dagli attacchi provenienti dal mare. Proprio qui, probabilmente, sorgevano i primi insediamenti di pescatori, di cui non se ne hanno traccia. Anche le tracce dell’antico porto oggi sono comparse, a causa delle violente tempeste e delle fortissime correnti marine. Alcuni resti, a quanto pare, furono rinvenuti ancora nel XVIII secolo a seguito delle ricerche di uno studioso locale. Però si percepisce visivamente come il sito fosse un approdo piuttosto sicuro, collocato a margine dello Stretto di Messina.
Ipotesi ricostruttiva dell'insediamento di Scilla.
  Secondo Palifato, Polibio e Strabone il primo nucleo abitato di Scilla risalirebbe ai tempi della Guerra di Troia. In questa remota epoca, si è soliti riconoscere nella penisola italica ondate di migrazioni di popolazioni ibero-liguri provenienti dal mare e dirette verso sud. Tali popolazioni potrebbero aver fondato qualche villaggio lungo i terrazzamenti più bassi del crinale aspromontano sud-occidentale, degradante verso lo Stretto. Trattandosi di popoli di pescatori, presumibilmente elessero come area d’insediamento il sito adiacente la rupe centrale di Scilla, dove la presenza dei numerosissimi scogli agevolava la pratica della pesca, consentendo al tempo stesso la costruzione di rudimentali capanne.
  Tale ipotesi è in parte avvalorata dallo stesso Omero: nel descrivere Crataia come madre di Scilla, lascia intendere l’esistenza di uno stretto legame tra questa e la nascita del mito del Monstruum Scylaeum, da intendersi sorto ancora alla prima frequentazione umana del tratto di mare antistante l’odierna cittadina. Dal momento che Crataia è da più parti identificata con il vicino torrente Favazzina, conosciuto anche come fiume dei pesci, se ne potrebbe dedurre che gruppi di popoli dediti alla pesca, giunti via mare lungo la bassa costa tirrenica, inizialmente siano approdati alla foce di questo fiume, dove era agevole praticare l’attività,  successivamente si siano spostati più a sud, trasferendo la propria residenza presso la costa scillese, più ricca di pesci. Nella similitudine su Scilla (Od. XII, 251-255), un altro punto è alquanto calzante con il paesaggio e il carattere del luogo. Omero paragona Scilla al pescatore che dallo sperone roccioso pesca con la lunga canna e poi sbatte i pesci contro le rocce mentre li tira su.
Ipotesi ricostruttiva di Scilla, vista a volo d'uccello.
  Le correnti ricche di pesci, raccolgono, oggi come allora, i detriti del mare. Vomitano sulla piccola baia, per la maggior parte plastica, la spazzatura moderna per eccellenza. Anticamente qui doveva arrivare di tutto dal mare: sartiame, resti d'imbarcazioni, forse anche corpi di marinai morti in mare. Questi ultimi, gonfi, decomposti, mangiati dai pesci, probabilmente alimentarono il mito del Monstruum Scylaeum, così come quello di Cariddi. 
  Infatti, ad un tiro d’arco come ci racconta sempre Omero (Od. XII, 101-102), di fronte a Scilla si scorge bene Capo Peloro, dove si collocava presumibilmente Cariddi. Il luogo era conosciuto per il “grande fico ricco di foglie”. Oggi la descrizione omerica sembra essere stata rimpiazzata dal moderno sovradimensionato faro. Eppure non dobbiamo dimenticare, nelle recenti intenzioni esiste la costruzione di un altro gigante tecnologico: il ponte sullo Stretto. Sono forse questi i mostri del futuro? Sinceramente, meglio quelli del mito!

Continua con Scilla e Cariddi, dal mito alla realtà.
Pan

2 commenti:

  1. se non ci sei mai stato, dovresti venirci a Scilla ... =)

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  2. Certo che ci sono stato Mera. Proprio per questo ho voluto scrivere l'articolo :)
    Ps. Bellissimo posto.

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