domenica 18 febbraio 2018

Odisseo, l'uomo dalla mente dai mille colori

Scaltro, accorto, ingegnoso e simile ad un dio sono alcuni degli epiteti con i quali è conosciuto Odisseo. Chiamato così dai Greci (propriamente “l’odiato”, come è spiegato nell’Odissea), Odisseo è uno dei più celebri eroi greci della Guerra di Troia. Figlio di Laerte e di Anticlea, re di Itaca e marito di Penelope, dalla quale ebbe il figlio Telemaco. La sua astuzia e le azioni bellicose che intraprese durante la guerra di Troia giustificano l’interpretazione del suo nome.
Egli è un ottimo guidatore di navi: Agamennone gli affida una nave per riportare Criseide al padre. Proprio perché il suo regno si estendeva nelle isole, oltre che su parte del continente greco, doveva far parte di una lunga tradizione di navigatori. Questa  supremazia si denota dalle sue imbarcazioni, perché si riconoscono dalle altre avendo nella descrizione una peculiarità: le prore tinte di rosso.
Odisseo guida i Cefalleni superbi, che vengono da Itaca, dal selvoso Nerito, da Crocilea e dall’aspra Egilipe, da Zacinto e da Samo, ma anche dal continente, delle terre poste di fronte alle isole; di essi è il capo Odisseo, saggio al pari di Zeus; guida dodici navi dalle prore tinte di rosso(Il. II, 631-637)

Prese parte alla guerra perché era stato uno dei pretendenti (forse addirittura il primo) alla mano di Elena. Secondo la tradizione (Apollodoro, Biblioteca, III, 10, 9) fu lui a suggerire al padre di Elena la modalità della scelta dello sposo, proponendo che tutti i pretendenti venissero riuniti e che fosse Elena stessa a scegliere, mentre ciascuno si sarebbe impegnato a difendere e aiutare l’eletto se qualcuno avesse tentato di sottrargliela. A seguito di tali accordi, quando Elena venne rapita da Paride, fu organizzata la spedizione greca contro Troia.
Durante l’assedio di Troia Odisseo si distinse per il suo coraggio, la sua prudenza e la sua eloquenza, e dopo la morte di Achille partecipò alla contesa per il possesso delle armi dell’eroe, riportando la vittoria su Aiace Telamonio e ottenendole in premio. A Odisseo si attribuisce un ruolo di primo piano nell’impresa di condurre a Troia Neottolemo, figlio di Achille, senza il quale la guerra, secondo un oracolo, non sarebbe mai stata vinta dai Greci. Anche Filottete fu portato a Troia per lo stesso motivo grazie alle arti e alla prepotenza di Odisseo. Secondo una tradizione (Apollodoro, Epitome, V, 14) fu opera sua lo stratagemma del cavallo di legno, realizzato dal maestro d'ascia Epeo, mediante il quale i Greci riuscirono a riportare la vittoria nella decennale. Odisseo fu uno degli eroi che vi si fecero rinchiudere per entrare poi nella città. Il cavallo recava la scritta “Ad Atena, dai Greci, in segno di riconoscenza” (Apollodoro, Epitome, V, 15); se i Troiani avessero voluto introdurlo in città avrebbero dovuto abbattere le Porte Scee, tale era la grandezza della statua. Sempre in connessione con la presa di Troia Odisseo è ricordato tra i Elleni che presero parte al ratto del Palladio.
La parte più celebre della sua storia consiste nelle avventure che gli toccarono dopo la distruzione di Troia e costituiscono la materia dell’Odissea omerica. L’eroe, che aveva avuto tanta parte nella conquista della città nemica, anziché venir ricompensato dagli dei e dagli uomini dovette attraversare pericoli e difficoltà di ogni sorta. Il suo viaggio di ritorno fu un continuo confrontarsi con la morte, una specie di interminabile viaggio agli inferi, dal quale egli ritornò non come eroe in trionfo, ma come un vecchio mendicante, provato ed esausto. Persino Penelope faticò a riconoscere. Solo un miracolo divino avrebbe potuto riportarlo alla forza di un tempo.
La morte di Odisseo non è ricordata nell’Odissea ma riferita da fonti più tarde e gli venne dal mare, sul quale egli tante volte l’aveva sfidata, e dal suo stesso figlio Telegono, natogli da Circe, il quale aveva a sua volta affrontato una navigazione lunga e pericolosa alla ricerca del padre. Telegono lo colpì, sulle coste di Itaca, con la sua lancia, ignorando di avere davanti colui per il quale si era messo in viaggio.

Odisseo non è altissimo ma ha petto e spalle larghe, da pugile o da lottatore. Nell’Odissea è segnalato il suo “colorito bruno” e la “barba scura” (Od. XVI, 175-176). In due occasioni gli altri notano stupiti le sue solide cosce e il suo corpo robusto, in netto contrasto con la sua vita raminga (Od. VIII, 134-136; XVIII, 67-69). 
Spesso nella tradizione vengono ricordati i suoi bellissimi occhi, del colore del giacinto, come se la protezione della Dea dagli occhi azzurri si potesse leggere anche in questa caratteristica.
L’aspetto marinaro di Odisseo è la sua semplice connotazione saliente in quanto sovrano di un piccolo reame di isole (Manfredi, Mare Greco, p. 26), eppure la sua bellezza doveva essere tale da attirare lo sguardo e le attenzioni di molte donne. Anche Penelope insinua un tocco di gelosia verso il suo sposo:
Certo che lo dovettero ammirare molte donne. (Od. XIX, 235)
Odisseo non è caratterizzato da attributi particolari: nell’iconografia è riconoscibile piuttosto dai vari episodi del mito in cui compare. Dalla fine del V secolo a.C. è raffigurato talvolta con il pilos, ovvero il pileo. Questo era un copricapo usato in antichità. Aveva forma di cono, con il bordo spesso rialzato. La punta del cono era tondeggiante. In genere era composto di feltro o lana compressa, ma poteva anche essere di cuoio. Veniva usato dai ceti meno abbienti, in particolare da marinai, pescatori e in generale lavoratori. I Greci a differenza dei Romani, lo portavano viaggiando, come attestano le numerose figurazioni statuarie di viaggiatori. Nel tempo questo copricapo assunse una connotazione a simbolo di grande libertà.

Panaiotis Kruklidis

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